• Un Mondo di possibilità

Camilla: i miei primi sei mesi come Au Pair nell'Oregon

Sono le 4 del pomeriggio, nella mia stanza con il mio laptop sulle gambe e sto pensando da dove iniziare a rispondere alla domanda "cosa vuol dire trascorrere un anno come ragazza alla pari negli Stati Uniti?". Non sará facile riavvolgere il nastro fino all’inizio di questa esperienza cercando di trasmettervi tutte le emozioni che ho provato io, spero di riuscire a raccontarvi un pó la mia storia e questa piccola parte di vita negli USA. Mi chiamo Camilla, ho 19 anni e vengo da Cassano Magnago, una piccola cittadina in provincia di Varese. Attualmente vivo a Grantspass, 38000 abitanti, Oregon. 

Circa un anno fa, grazie a una professoressa della mia scuola, ho scoperto il programma au pair. Ho subito avuto un certo tipo di interesse sia perché si parlava di bambini, sia perché si parlava di Stati Uniti. Parlandone con i miei genitori e con persone che avevano fatto questa esperienza, ho deciso di iniziare a pensare al fatto di trascorrere un anno qui. Non sapevo ancora e sinceramente non lo so neanche adesso, cosa voglio fare della mia vita. Mi sono detta: perché no? 

È iniziato cosi tutto un percorso di preparazione di un profilo per le famiglie americane, video di presentazione, passaporto ecc. In maggio alcune famiglie hanno iniziato a contattarmi e parlare con me via skype, finché Jen mi ha contattata. Un paio di chiamate, qualche foto, messaggi, e dopo circa 2 settimane sono stata scelta dalla mia attuale famiglia. Ora, provate ad immaginarvi una ragazza di 19 anni che riceve la notizia di dover partire per l’America in 30 giorni, per 365 giorni. Ero con le mie amiche quando ho ricevuto la notizia e non posso negarvi che i miei occhi sono scoppiati a piangere, un po' per la felicitá, emozione ed entusiasmo, ma anche un po' per la tristezza nel sapere di dover lasciare tutto il mio mondo nel giro di poche settimane. 

Un mese dopo, con un biglietto di sola andata, sono arrivata in Oregon. Un altro mondo. Tutto era diverso: cibo, persone, lingua, cultura. Le prime settimane sono state difficilissime. La mancanza della mia famiglia, dei miei amici, della mia casa si faceva sentire ogni giorno di piú e tutto qui sembrava qualcosa in cui non potevo stare. Tutti continuavano a ripetermi “il tempo è l’unica cosa che puó migliorare le cose” e cosí è stato. A distanza di quasi 6 mesi posso dirvi di aver fatto la scelta migliore di sempre.
La vita di una Au Pair non è facile. Nella mia famiglia c’è solo una bambina, Veronica, 6 anni. Le persone pensano “solo una bambina? Niente di che”. E sinceramente lo pensavo anche io all’inizio, quando non avevo ancora scoperto che in quel piccolo corpo di 45 pounds si puó concentrare tantissima energia, creativitá e intelligenza che richiedono tantissimo lavoro. Tutti i giorni siamo insieme, la porto a ginnastica, lezione di danza, compiti, fare merenda, giocare al parco. Essendo nel kindergarden frequenta la scuola tutti i giorni fino alle 2 del pomeriggio.

La mattina anche se lei a scuola, c’è sempre qualcosa da fare : spesa per la famiglia, bucato, sistemare l’innumerevole quantitá di giocattoli sparsi per la casa, portare daphne (il nostro golden retriever di un anno) a fare una passeggiata, seguire le lezioni al college, ecc. La sua mamma è una donna meravigliosa, solare e intraprendente. È sempre nel suo ufficio a lavorare ed ogni volta che ha anche solo 10 minuti di tempo, andiamo a trovarla.

Mi ritengo fortunata ad aver trovato questa famiglia poiché, nonstante siano passati solo 6 mesi, posso dire di sentirmi a casa. Non ho problemi a parlare con il mio “boss” che io preferisco chiamare “host mum” poiché mi tratta come se fossi una sua seconda figlia. Ho giá fatto diversi viaggi, sia con la mia famiglia che con altre au pair, ho conosciuto buonissime persone e fatto cose che non avevo mai fatto prima. Il mio inglese migliora ogni giorno e mi sento sempre più integrata nella vita americana.

Spero di continuare a vivere i prossimi mesi con la felicitá e la voglia di fare che ho avuto in quelli precedenti. Non vedo l’ora di intraprendere nuovi viaggi e nuove avventure. Essere una Au Pair vuol dire “imparare ad arrangiarsi”, come dice la mia mamma. Devi imparare a riempire la giornata di un bambino, farlo divertire, entrare nella sua vita e aiutarlo a crescere. Vuol dire adattarsi a un nuovo mondo prima di scoprire che quel nuovo mondo è fatto anche per te. Vuol dire maturare, usare la testa, essere attenti in ogni piccola cosa che si fa. Essere una Au Pair per me vuol dire condivisione, amare incondizionatamente e essere consapevoli di avere un impatto su un piccolo human being che un giorno sará un uomo.

Se tra quelli che leggeranno la mia storia c’è qualcuno che sta pensando di fare questo tipo di esperienza, smettete di pensare e iniziate a scrivere la vostra Dear Host Family Letter!

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